Camminiamo allegramente verso il parcheggio. È stata una bella serata, leggera; la chiusura perfetta di un giorno speciale, il mio quarantesimo compleanno. Parliamo dei nostri amici appena salutati e continuiamo a ridere e scherzare. Eccoci, sei arrivata, il tuo piccolo mostro meccanico ti aspetta dietro l’angolo, ed io devo lasciarti.
Ci abbracciamo, un bacio sulla guancia, poi un altro, le nostre labbra così vicine. Si sono già solo sfiorate altre volte, il cuore batte forte e tu mi stringi, ti poso un bacio sul collo e poi per un attimo i miei occhi affogano nel tuo sguardo, è un lampo che dura meno di un battito di ciglia: voglio baciarle quelle labbra, dopo potrei anche sparire, senza rimpianti.
Ma una vibrazione nella tasca mi fa trasalire, un trillo flebile, un secondo, più forte. Hai capito subito chi mi chiamava, farfuglio un “devo andare, mi spiace”. Hai risposto ”lo so. Non ti preoccupare. A domani. Ciao”. Hai stretto la mia mano nel separarci, finché le nostre braccia non si sono tese, una catena che si spezzava, un velo un po’ triste sugli occhi, i miei.
Mi volto e accetto la chiamata, inizio a parlare come se fossi nastro, un risponditore automatico, in tutto due minuti di telefonata. Un tempismo perfetto, non c’è che dire, telepatia? Difficile dirlo…
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