È rito, liturgia vespertina che chiude il giorno, dove la religione civile del lavoro scandisce il tempo e regola le vite dei credenti.
E Milano è Città Santa.
Nei pellegrinaggi sotterranei i devoti consumano scalinate di granito che dalla metro innalzano agli uffici. Avanzano in processioni oranti lungo le vie del centro. Mani giunte su Iphone e Blackberry, dita veloci come a sgranare un rosario, eucarestia della pausa pranzo.
E alla sera, sotto l’Arco della Pace, sui Navigli, alle Colonne di San Lorenzo o in qualche Promenade di periferia, si officiano i vespri e poi le lodi, innalzando il calice, non così amaro, di un negroni o un mojito.
Carpe Diem.
Non sono praticante: assisto alle funzioni quando posso e se mi va.
Tailleur e tacchi da 12 ecco, donne sobriamente vestite negli abiti tradizionali, si scrutano. Unite nella preghiera che un uomo le possa lusingare, divise dalla competizione, solidali nella speranza. Sono li a cogliere ogni reciproco difetto, una pecca nella pettinatura, nel trucco, nella manicure, parlano affabilmente di nulla o di lavoro con i pensieri fissi sull‘uomo di un‘altra. Ridono coprendosi con la mano gli incisivi macchiati di rossetto.
Uomini soli sembrano li per caso come alla messa di Natale, attirati dall’unico miele che non smette mai di essere dolce, miele che molti non assaggeranno stasera, lo si legge sui loro volti e nei volti di quelle che il miele glielo fanno solo annusare.
Altri stazionano in gruppi di tre o quattro, drink alla mano sigaretta in bocca, sguardi che vagano qua e la, discorsi ugualmente ed irrimediabilmente vuoti, pettegolezzi, maldicenze, invidie: si parla di lavoro, ma almeno si mangia, che a casa il frigo è vuoto e non c’è tempo di fare la spesa.
Ecco, ci sono anche io a volte, i miei amici sono ovviamente art director, copywriter, account di qualche agenzia di pubblicità, o sales manager di aziende HiTech, architetti e avvocati, blogger, ma più spesso esco solo o con qualche amica.
La scusa per stare vicini a parlare, stretti nella calca, sorrisi giochi e malizie, sguardi che si rincorrono, labbra e lobi che si sfiorano, mani su fianchi altrimenti troppo lontani, distanze che si annullano e profumi e sorrisi. La scusa per conoscersi e decidere se ci sarà un dopo cena.
Ma in quel luogo sospeso che è la mia città, Olbia, tutto questo non esiste: basta una telefonata ad una amica, un giro in macchina e un luogo tranquillo.
E per due ore, quelle due ore, lei è dolce di latte e di miele è caldo di carne e sudore è fame e pietanza insieme e l’aperitivo milanese perde ogni significato.
Chiedo perdono Signore perché ho peccato.

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