Mario rigira la scatola tra le dita come se non l’avesse mai vista, sono settimane che è in terapia, anzi mesi: stati di ansia è stato il verdetto del dottore, XANAX la condanna. Una prigione chimica per le emozioni e le paure e un muro vuoto davanti alla scrivania, dopo un po’ ne ha imparato a memoria ogni asperità, letto ogni crepa, memorizzato ogni imperfezione; catatonico ma cosciente il tempo non scorre per lui, striscia. La liberazione inaspettata, arriva con i primi freddi.
L’influenza lo ha messo a letto e al posto della parete ora fissa il soffitto, segue il mutare delle ombre mentre si spostano seguendo il sole. Due giorni così, lui che era stato paracadutista, che praticava arrampicata sportiva, canyoning e apnea, che distillava adrenalina in ogni cosa che faceva, è li, a studiare il viaggio di un lepisma sull’intonaco.
La mattina del terzo giorno il risveglio, tra mal di testa, nausea e un vago senso di inquietudine Mario sta meglio, il mal di gola è passato, il dolore alle ossa quasi: in piedi per un caffè e poi una bella doccia calda per togliersi di dosso il puzzo della febbre. La sua ragazza Angela gli era stata vicina, come sempre, premurosa, affidabile, affettuosa, presente sempre; quando lui dice che molla le medicine lei non dice nulla, fa un cenno di approvazione e un sorriso. Ha capito dal suo sguardo che poteva farcela, che non sarebbe stata la chimica ad aiutarlo, e non smetterà mai più di stargli vicino.
Sono passati alcuni anni da allora e molte cose sono cambiate, Angela non è più la sua fidanzata anche se si sentono ancora e Mario ha cambiato città lasciando per sempre anche la famiglia: il padre scomparso troppo presto, è sempre troppo presto per perdere un padre, se poi non si ha mai avuto il tempo di conoscerlo davvero è ancora più straziante, e la madre anziana ormai, si è quasi rassegnata a vedere il suo figlio maggiore solo e lontano da casa, i due fratelli hanno la loro vita, fatta di lavoro e famiglia, Alessio ha una bimba e una compagna, e Donatella un cane, intorno a loro tanti amici.
Mario ha scelto di lasciare tutto e ricominciare, sapeva che sarebbe stata dura, che avrebbe dovuto fare altri sacrifici come se quelli precedenti non fossero stati più che abbastanza, e si era preparato, per un po’ ha funzionato, aveva un lavoro che gli piaceva ha conosciuto nuove persone, fatto nuove amicizie alcune vere altre già finite, aveva iniziato a sperare, è la vita.
Non è mai stato del tutto solo, ha delle relazioni sentimentali perfino, ma non è mai riuscito ad aprirsi del tutto, il desiderio di vuotare il sacco e liberarsi di antichi pesi era da tempo più una esigenza fisica che un semplice atto di volontà, alla fine ci riesce: pubblica un blog, non è un vero diario, non sistematico ne coerente, ma una via di mezzo tra una serie di racconti immaginari e storie realmente vissute. Qualcuno inizia a leggerlo, qualcuno inizia a commentare ciò che scrive, i lettori aumentano e conosce altri che come lui amano scrivere, per quali motivi non è importante ma lui sa che non può farne a meno è la sua terapia, battere su quei tasti inchioda i fantasmi a quelle pareti che prima guardava attonito, sa che non deve fermarsi, che non può.
Ma il lavoro manca, le giornate si allungano nella noia, i fantasmi sono sempre li che si agitano nelle notti senza sonno.
Una mattina piovosa di novembre, capisce che non basta, capisce che i fantasmi sono sempre li nella sua testa, che è tutto sbagliato che la partita che ostinatamente continuava a giocare è sempre stata persa e non è bastato gettare una scatola nel cestino per recuperare la forza di vivere. Capisce che tutto quello che è era sempre stato, che nulla sarebbe rimasto infine se non un nome che forse qualcuno non avrebbe dimenticato. Troppo poco.
Finisce di radersi e indossa la camicia che aveva appena stirato, la cravatta Missoni la sua preferita, controlla i polsini, che escano dalle maniche della giacca solo quel tanto che basta, infila una cartella con il curriculum nella sua bella borsa Piquadro ed esce di casa, la metro è a pochi passi, non si bagnerà nemmeno.
Intanto un uomo su una Ducati rossa sta per parcheggiare in una strada laterale nei pressi di viale Abruzzi, sfila il casco e si avvia a suonare un campanello, la giovane donna che va ad aprire lo stava aspettando, si chiama Rossella.
Non sanno che la metro oggi non va, gli altoparlanti avvisano i viaggiatori che si è verificato un guasto sulla linea, ma nella stazione di Loreto, il marito della giovane donna era proprio accanto a quel ragazzo elegante con la borsa gialla, quando all’improvviso lo ha visto tuffarsi sui binari. Non dimenticherà quel vaffanculo gridato al mondo e quel sorriso beffardo, non dimenticherà questa mattinata piovosa di novembre.
Torna a casa, tra cupe premonizioni.
* Antefatto a L’ultimo dei boys scout
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