È solo una piccola intromissione nell’ultimo sogno del mattino, un suono estraneo ed insistente.
“Proprio ora, che ore sono?” Si chiede Deborah, stupita senza motivo mentre cerca tastoni il pulsante per spengere la sveglia.
Pigia sull’interruttore, accende la luce e si ferma un attimo a immaginare il soffitto con gli occhi ancora chiusi.
Allunga la mano, sfiorando cautamente il lenzuolo accanto a se fino a sentire un po’ di freddo.
Quell’angolo del letto che fino a ieri ne custodiva il corpo caldo è orribilmente vuoto.
Non ha cambiato le lenzuola e nell’aria resiste ancora il sentore del loro abbraccio.
Gira il palmo verso l’alto, lo infila sotto il cuscino, lo afferra e lo tira se.
Ruota su un fianco, in posizione fetale, lo circonda accucciandosi e lo stringe.
Lo annusa, sprofondando il viso in quella tela morbida, e con gli occhi ancora un po’ chiusi lascia che una vampata l’accenda, le attraversi le guance, quindi il seno e poi giù facendosi strada nel suo corpo, dove solo poche ore prima, lui le aveva regalato un po’ della sua forza.
Stringe sul cuscino quelle dita che aveva intinto dentro di se per raccoglierne un po’ e che aveva portato alle labbra per assaggiare il suo sapore.
Sorride nel rivederlo ancora una volta ricoprirla e poi liberarla, stendersi accanto a lei con gli occhi chiusi per non far fuggire l’ultima immagine.
Apre gli occhi: è sveglia.
Lontano, in un letto che per pochi giorni è stato vuoto lui dorme ancora, ignaro di quel risveglio.
Lei era stata li giorni addietro e anche lui non ha rifatto il letto quando sono partiti insieme, al ritorno lo ha ritrovato così, freddo, ma segnato dalla loro impronta.
Ci si è adagiato con rispetto quasi a farsi cullare, anche lui ha stretto a se il cuscino, ha allungato la mano verso l’abat jour ed ha spento la luce, addormentandosi in un abbraccio ingannevole.
La finestra, le cui imposte non sono mai del tutto chiuse si accende, e all’alba la luce pigramente, senza fretta, prepara il risveglio.
"È così facile abituarsi a dividere un letto, troppo facile."
Si rivede voltarsi per sentire gli occhi di lei che sussurrano “buongiorno”, ascoltare un bacio con gli occhi semichiusi, con una mano cingerle la nuca mentre la sua schiena si rilassa con carezze ancora incerte.
Sentire per un attimo il suo seno appoggiarsi sul petto e ritrarsi poi dall’acciaio freddo del piercing.
Respirare lentamente per minuti in attesa di una parola o in contemplazione di un silenzio.
Sentire il sangue che riprende a scorrere con vigore e aspettare mentre lei intuisce la sua voglia premerle sul ventre.
Tanto facile che scoprirsi soli imbarazza e lascia increduli, e allora, il primo gesto del mattino è leggere o mandare un messaggio per scoprire se il suo risveglio è stato monco come il tuo, cercare così una fessura, una crepa in questa parete liscia che vi separa.
Il tasto di un telefono diventa l’interruttore che accende la luce su una vita lasciata in un altro luogo.
Fino al prossimo incontro.
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