Scendo le scalette del palco e stringo tra le mani la mia copia di Bella gente d’Appennino, Giovanni Lindo Ferretti ha appena lasciato il suo autografo e sorrido visibilmente emozionato, appena dietro di me Antonello gli sta stringendo la mano, “resta sempre così” gli dice, Lindo fa un inchino, Antonello sorpreso e colpito dal gesto si emoziona, me lo dirà poco dopo, ma si si vedeva.
Non ci siamo detti che poche parole durante l’incontro, presi dalle parole di quest’uomo, magro, apparentemente fragile, dallo sguardo incessantemente mobile, dal sorriso semplice, di una semplicità che nasconde verità che spesso non vediamo, troppo attenti a cogliere tutte le sfumature della futilità.
Ha letto, Giovanni Lindo.
Dizione scandita, voce cristallina.
Due brani, lunghi e densi, prosa ritmica, pause essenziali, silenzi brevi.
Parole accolte non scelte, per essere ascoltate, cadenzate, cantate, come liturgia di lode, ringraziamento per una vita che è sempre dono anche quando è dolorosa, fede senza incertezze, forza nella speranza.
Una icona di sobrietà ascetica e quasi imbarazzante, unica concessione ad un passato oramai remoto gli anfibi, grossi, enormi per un uomo così minuto, pantaloni comodi e un maglione verde oliva che già conoscevo, visto tante volte addosso ai nostri pastori, e come loro, Giovanni Lindo ha il volto, i modi, l’indole, l’amore per i cavalli, l’essere schivo, di poche e misurate parole.

Questa sera, come non mi accadeva da tempo, ho assaporato il potere taumaturgico della parola. Ho dimenticato certi miei affanni e ricordato cosa sono, ho ripensato alla mia terra, a come vede il proprio mondo chi torna dopo lunghe peregrinazioni, a come per un Sardo saper andare a cavallo fosse cosa scontata, e quanto nonostante l’età la mia educazione non sia ancora completa.
La Dedica
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