lug132010

Della democrazia e altre bazzecole.

Published by bonebag at 12.52 under Storie

 

Ho deciso tempo fa che mi sarei espresso scrivendo solo all’interno di uno spazio mio, personale e non censurabile, perché nelle community vigono regole di vario genere e può accadere che alcune confliggano con l’insieme dei miei valori e credenze.

Inoltre, solitamente qualcuno è preposto alla loro applicazione con tanto  di sanzioni. 

Dal momento che non sono particolarmente interessato ad essere simpatico a tutti, caso vuole che di solito i primi con cui  entro in conflitto siano i moderatori, minando così la struttura clientelare di amicizie e connivenze che potrebbe tenermi al riparo nel momento in cui espongo in maniera schietta il mio pensiero. 

E poiché chi gode di qualche favore esiste sempre, potrebbe beneficiarne proprio qualcuno che io non sopporto.

 

Fatta questa premessa veniamo al punto:

 

Non amo la democrazia, non quella parodia che abbiamo qui in Italia, tanto che spesso ho pensato che sarei contento se evaporasse la classe dirigente che oggi inquina questo Paese. Troverei soddisfacente qualcosa come la “tragedia” che ha colpito la Polonia qualche settimana fa, e possibilmente senza dover troppo aspettare. 

Mia madre mi ricorda spesso che non si deve augurare il male, ma lei è di un'altra epoca...

 

Si dice che il pesce puzza dalla testa: ne sono convinto. Se questo paese non funziona e sta morendo mi pare ovvio che risalendo nella catena di comando la responsabilità arriva al capo del governo e ai sui complici (ad essere onesti anche a chi lo  ha votato). 

Dal momento che sembra non ci sia modo per liberarci di costoro, credo che una dipartita sarebbe auspicabile. Credo altresì che l’unica utile, sarebbe una scomparsa naturale, meglio se di incidente.

 

Domestico e singolare oppure di gruppo. 

 

I motivi sono ovvi: in caso di morte violenta o provocata, i seguaci di questi “leader” si sentirebbero in dovere di continuarne l’opera, perpetuandone l’immagine nei secoli a venire come quella di uomini immolatisi per salvare la Patria. 

 

Quindi evitiamo per favore di creare figure ingombranti di martiri ed eroi che non esistono. 

 

Un così imponderabile effetto del caso sgombrerebbe il campo da ogni dubbio, come nel periodo medievale, quando la giustizia era amministrata in maniera sommaria ma efficace. 

Era in uso l’invocazione a Dio per un giudizio sul presunto malfattore, oggi che i tempi non sono meno cupi ne meno barbari potrebbe avere un efficace effetto sulle coscienze.

 

Altro che campare centocinquanta anni.

 



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giu242010

Preterizione

Published by bonebag at 18.35 under Storie

La gara è appena finita ed abbiamo perso.

Tutti i blog d'Italia parlano adesso dello stesso argomento, la nostra sconfitta contro la Slovacchia, e anche facebook e twitter e friend feed, insomma tutti.

Io no.

Non sono un tifoso, non ho mai seguito il calcio e non mi interessa parlarne adesso, quindi non lo farò.

Ma capisco la tristezza e la delusione, e in parte la avverto anche io, ma in fondo è solo un aspetto molto limitato anche se significativo di quanto il mio Paese sia in crisi, di quanto siamo in fondo sopravviventi, di quanto non ci si creda, e alla fine, di quanto sia sempre colpa di qualcun altro, magari più in alto di noi, magari che decide per tutti, il salvatore della patria.

Ascolto Marcello Lippi che rivendica la responsabilità della sconfitta, con tristezza, ma anche con l'orgoglio del capo.

Non si sente spesso una dichiarazione così.

Per quello che può valere la mia impressione, io lo trovo un grande uomo.

Un uomo come pochi.

Può aver sbagliato e forse lo ha fatto, aspetto le riflessioni di altri con ben altre responsabilità a ben altri livelli.



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apr202010

Senza fretta

Published by bonebag at 23.51 under Storie

Ti vedo come le intingi nella panna, da un po’ ti spio quando ne mordi la punta, strusci la polpa sulle labbra, fai correre la lingua sui baffetti candidi. 

 

Pollice e medio pizzicano il labbro inferiore e si sporcano di bianco che scompare poi in un bacio e una rapida occhiata. 

 

Mi hai visto e non dici nulla, ricambi col sorriso la mia curiosità e continui a giocare con il tuo dolce. 

 

E così hai risposto senza fiatare, alla mia domanda, la prima. 

 

Per la seconda  è facile basta una sillaba, ma aspetto che tu finisca la fragola.

 


 

 



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apr152010

Safari

Published by bonebag at 18.11 under Storie

 

Le occasioni di gioco non mancano quando due menti frizzanti si incontrano, e se c’è intesa, basta poco per far muovere la serata in direzioni inaspettate.

Capitano anche serate tranquille, in cui seduzione è dormire.

Non ieri sera però. 

 

Qui a Milano ci sono locali per tutti i gusti: per aperitivi in piedi in mezzo alla folla e posti tranquilli, da conversazione oppure, locali di tendenza, alternativi, di ampie vedute, in una parola friendly.

 

Verbatim non era solito frequentare certi posti per una certa antipatia e vecchia ruggine nei confronti dell'ambiente, ma d’altra parte non si poteva negare che fossero bei locali, con un buon aperitivo e musica ben selezionata.

Per questo motivo aveva pensato al GLounge in Via Larga, locale storico su due piani stupendamente arredato e con una playlist di prim’ordine, ma poi per motivi di parcheggio alla fine avevano optato per il Siddharta di fronte all’Arena Civica di Parco Sempione. 

 

Ad aprile non fa ancora abbastanza caldo per accomodarsi fuori, meglio la saletta a destra oltre il buffet, dove ampi divani in pelle consentono di stare quasi sdraiati e sorseggiare comodamente il drink.

 

Lui molto sportivo, indossava una giacca sfoderata scura a rigatino una maglietta in cotone elasticizzato nero e jeans sdruciti naturali, cioè vecchi, un paio di All Stars alte, bianche. Tutto molto easy che lasciava una impressione piacevolmente casual ma studiata.

La barba di un paio di giorni ne faceva lievitare un pochino l’età così da smorzare quell’aria da trentacinquenne che sulla soglia dei quarantuno gli sembrava quasi ridicola.

Va detto comunque, che questo provocava commenti invidiosi da parte dei coetanei e di sorpresa mista a curiosità da parte delle donne più o meno giovani che frequentava. 

 

Deborah aveva dichiarato che ci avrebbe messo un po’, causa prolungarsi dei lavori di restauro, in pratica ci ha messo un sacco a scegliere i vestiti e poi a truccarsi, alla fine aveva optato per un total black con punte di rosso qua e la. Sostanzialmente la prima cosa che aveva pensato, solo dopo due ore di prove allo specchio.

 

Indossava scarpe nere di verince, decollete aperte con un piccolo fiocco nero, suola e tacco rosso da tredici senza plateau, calze in seta nera, gonna (nera) un palmo sopra il ginocchio con spacco posteriore piuttosto alto, giacchino sagomato anch'esso nero che seguiva le linee della guepiere a vista sotto la giacca abbottonata bassa, fantasmino in Swarovski e piccoli orecchini di Bulgari in oro e smalto nero; il rossetto, un gloss molto spesso era rosso acceso come i tacchi.

 

Forse erano passati meno di cinque minuti quando davanti al loro divanetto è arrivata una coppia carina ma tutto sommato poco assortita.

 

Lui con l’aria di un professionista brillante, ma un po’ stressato dal lavoro, sulla cinquantina, capelli lunghetti sale e pepe, pochi, aspetto sicuro e in fondo piacevole. Un po’ scontato e fuori posto il Rolex, con quell'abito scuro sartoriale e i gemelli d'oro sarebbe stato meglio un Omega dal taglio classico o un Eberhard piuttosto che un Submariner in acciaio con ghiera bicolore, belle le scarpe: Santoni Ingegneur, un tocco giovanile che non guasta.

 

Lei invece molto più giovane, forse sui trent’anni ed evidentemente di livello diverso, sfoggiava molta roba luccicante ma di poco valore, una manicure troppo perfetta per una che lavora e scarpe che non potevano essere che il regalo di un generoso ammiratore poichè da sole valevano  quanto tutto il resto, il vestito poi era uno straccetto Zara forse o H&M, in ogni caso roba fatta in serie e venduta un tanto al chilo.

 

Quello che colpiva era però l’effetto di insieme, sembrava che non ci fosse conversazione e che entrambi fossero capitati li per far passare il tempo prima di andare a cena e poi in Hotel. 

Si perché lui era evidentemente sposato e almeno due volte si è intravista la fede al dito mentre sollevava il blackberry aziendale per chiamare a casa. Le solite storie: che avrebbe fatto tardi, che ancora non era rientrato in città e forse si sarebbe fermato per la notte.

 

Ed è stato proprio in quel momento che il suo sguardo si è posato su di lei, catturato da quelle scarpe rosse e nere, da quelle gambe così ben tornite in una donna poco più giovane di lui e molto meno della sua accompagnatrice.

 

Forse è stato al secondo sguardo che ha notato il pizzo della calza, che la posizione troppo comoda del divanetto aveva scoperto insieme alla parte alta della coscia.

 

Ed è così che il suo sguardo si è poi allungato fino al decollete, di gran lunga più generoso di quello della sua pur giovane e graziosa amica.

 

Deborah se ne è accorta e con lei il suo complice, anzi, fin da quando i loro vicini si sono accomodati hanno iniziato a studiarli con una certa curiosità.

 

Ha guardato per un attimo l’amico e si è mossa per andare verso il buffet, nell’alzarsi ha buttato l’occhio sullo specchio a parete per vedere se dal distinto cinquantenne di fronte a lei ci fossero reazioni.

Ovviamente si.

 

Nel suo incedere ciondolante a causa dei tacchi, sia Verbatim che l’altro uomo l'hanno osservata per un attimo, forse qualcosa in più.

 

Ma d’altra parte anche la ragazza luccicante si guardava attorno con la scusa di sistemare il rossetto. Verbatim vedeva nitidamente il suo occhio chiaro comparire nello specchio da borsetta come uscisse da uno schermo televisivo.

Mentre l'amico era distratto dai tacchi rossi la fissava, sorridendo e accennando un piccolo movimento col bicchiere.

 

Deborah torna con il suo piatto misto di insalata russa, patate in forno, salumi, insalata di farro, formaggi vari e si accomoda. Finita la parentesi alimentare riprende a chiacchierare con il suo complice, non senza verificare ogni tanto se l’uomo di fronte a lei insiste, anzi è proprio di questo che parla con Verbatim, che sorride e ogni tanto lancia sguardi alla giovane.

 

Deborah sapeva che l’uomo non le avrebbe staccato gli occhi di dosso, per questo prima di passare al buffet ha fatto una capatina in bagno molto rapida per compiere una operazione il cui esito mostra al suo amico aprendo la borsetta: si è tolta gli slip.

 

Svuotato il piattino si allunga verso il tavolo per posarlo e smette di accavallare le gambe. 

Prima di unirle e piegarle di lato, per uno o due secondi che sembrano grande cinema, l’uomo di fronte a lei intuisce, crede di vedere qualcosa.

Ma è solo al sorriso di lei, per nulla infastidita da tutta quella attenzione, che capisce di non essersi sbagliato.

 

Un cenno di intesa a Verbatim e Deborah si avvia verso la toilette con calma e leggerezza, giusto per rifarsi un po’ il trucco; stanno per andare via e lui la aspetterà fuori fumando una sigaretta.

 

L’uomo accenna qualcosa all’amica e si dirige in bagno, mentre Verbatim lasciata una mancia sul tavolo prende con se un bigliettino del locale, e scarabocchia qualcosa. 

Si alza e si avvia verso l’uscita con una sigaretta in mano, si ferma un attimo e avvicinatosi alla ragazza le porge il biglietto dicendo che deve esserle caduto… .

 

Qualche minuto dopo mentre contempla il traffico dall’ingresso del locale, arriva l'sms.

 

Deborah incrocia l’uomo mentre sta per uscire dal bagno e non fa nulla per evitare l’urto.

Lui le sussura qualcosa all’orecchio, lei ride, poi gli afferra la mano sinistra e la tira a se infilandola tra le cosce per poi bloccarla a soli due centimetri dal miele.

Con l’altra raggiunge la zip dei pantaloni, infila la mano e sente quanto lui la desidera. 

Dispone le dita a coppa adagiandole appena sotto tra le cosce di lui, quasi una carezza immobile. 

Sente attraverso il cotone dello slip il suo calore, è questione di attimi e arriva l'orgasmo, imprevisto e senza controllo: l’umidità attraversa il tessuto, riscaldandole il palmo della mano. 

Lei la ritira, chiude la zip e portata la mano al viso la annusa.

Da un bacio sul collo all’uomo che visibilmente imbarazzato in due secondi ha perso tutta la sua sicurezza e gli sussura all'orecchio: [I]"grazie"[/I] ed esce.

Verbatim è fuori che l’aspetta: "fatto?" Le chiede

"Sì fatto, e tu?"

"Sì. Lei mi ha appena mandato un sms, passiamo a prenderla tra mezz’ora, gli dirà che non si sente bene e vuole tornare a casa."

 

Anche questa volta i leoni hanno corso più veloci delle gazzelle.


 



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apr122010

ON/OFF

Published by bonebag at 17.14 under Storie

È solo una piccola intromissione nell’ultimo sogno del mattino, un suono estraneo ed insistente.

“Proprio ora, che ore sono?”  Si chiede Deborah, stupita senza motivo mentre cerca tastoni il pulsante per spengere la sveglia.

Pigia sull’interruttore, accende la luce e si ferma un attimo a immaginare il soffitto con gli occhi ancora chiusi.

Allunga la mano, sfiorando cautamente il lenzuolo accanto a se fino a sentire un po’ di freddo.

Quell’angolo del letto che fino a ieri ne custodiva il corpo caldo è orribilmente vuoto.

Non ha cambiato le lenzuola e nell’aria resiste ancora il sentore del loro abbraccio.

Gira il palmo verso l’alto, lo infila sotto il cuscino, lo afferra e lo tira se.

Ruota su un fianco, in posizione fetale, lo circonda accucciandosi e lo stringe.

Lo annusa, sprofondando il viso in quella tela morbida, e con gli occhi ancora un po’ chiusi lascia che una vampata l’accenda, le attraversi  le guance, quindi il seno e poi giù facendosi strada nel suo corpo, dove solo poche ore prima, lui le aveva regalato un po’ della sua forza.

Stringe sul cuscino quelle dita che aveva intinto dentro di se per raccoglierne un po’ e che aveva portato alle labbra per assaggiare il suo sapore.

Sorride nel rivederlo ancora una volta ricoprirla e poi liberarla, stendersi accanto a lei con gli occhi chiusi per non far fuggire l’ultima immagine.

Apre gli occhi: è sveglia.

Lontano, in un letto che per pochi giorni è stato vuoto lui dorme ancora, ignaro di quel risveglio.

Lei era stata li giorni addietro e anche lui non ha rifatto il letto quando sono partiti insieme, al ritorno lo ha ritrovato così, freddo, ma segnato dalla loro impronta.

Ci si è adagiato con rispetto quasi a farsi cullare, anche lui ha stretto a se il cuscino, ha allungato la mano verso l’abat jour ed ha spento la luce, addormentandosi in un abbraccio ingannevole.

La finestra, le cui imposte non sono mai del  tutto chiuse si accende, e all’alba la luce pigramente, senza fretta, prepara il risveglio.

"È così facile abituarsi a dividere un letto, troppo facile."

Si  rivede voltarsi per sentire gli occhi di lei che sussurrano  “buongiorno”, ascoltare un bacio con gli occhi semichiusi, con una mano cingerle la nuca mentre la sua schiena si rilassa con carezze ancora incerte.

Sentire per un attimo il suo seno appoggiarsi sul petto e ritrarsi poi dall’acciaio freddo del piercing.

Respirare lentamente per minuti in attesa di una parola o in contemplazione di un silenzio.

Sentire il sangue che riprende a scorrere con vigore e aspettare mentre lei intuisce la sua voglia premerle sul ventre.

 

Tanto facile che scoprirsi soli imbarazza e lascia increduli, e allora, il primo gesto del mattino è leggere o mandare un messaggio per scoprire se il suo risveglio è stato monco come il tuo, cercare così una fessura, una crepa in questa parete liscia che vi separa.

Il tasto di un telefono diventa l’interruttore che accende la luce su una vita lasciata in un altro luogo.

Fino al prossimo  incontro.



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