Accendo una sigaretta.
Tengo la mano a coppa per proteggere la fiamma, mi inchino verso il fuoco, accosto e aspiro. Il volto si illumina un secondo, lascio evaporare la prima boccata di fumo, gesto rituale di un vizio rituale. Sì perché il fumo è anche questo, non ne avevo bisogno, ma come si dice spesso: “ci sta” .
L’inutilità del gesto è pari alla sua ineluttabilità ma è un crepitio che nel silenzio si avverte, placa l’ansia prima della prova, disegna in un angolo di solitudine pilastri leggeri, archi evanescenti, volute liberty, cortine bizzarre.
Affascinante, se eseguito con grazia e garbo ha una carica simbolica ed una valenza estetica notevole. Qualcuno mi ha chiesto di poter accendere una mia sigaretta, solo per vivere il gesto.
È un metronomo sul ritmo delle mie ore, misura del tempo in attesa del prossimo tram, motivo per uscire da un luogo affollato.
Nulla è così semplice, immediato, istintivo, compiuto, accettato.
Tutto questo ha un prezzo.
Mi ruba un po’ di libertà, in definitva un po' di vita, e un po’, meno, a chi mi sta intorno, me ne dispiace, ma non abbastanza.
È stupido? No, non credo, iniziare sì lo è, perché il piacere diventerà bisogno e il questo limita la libertà, e perderla così è stupido. Continuare a fumare non lo è perché non è una scelta, è un bisogno appunto.
Smetterò di fumare? Non credo.

Foto Humprey Bogart in Casablanca
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