Questa fragranza sintetica, ricorda un bagnoschiuma di primo prezzo. La luce arriva dal soffitto e dagli angoli delle pareti a cicli più o meno casuali e passa da una tonalità calda e ambrata al glicine per finire poi sul verde pallido. Insomma, un arcobaleno slavato che unito a suoni di ambientazione marina induce un certo relax. Le pareti della cabina sono a specchio e la pulsantiera semitrasparente sulla sinistra è illuminata da led azzurrii, in particolare la metà superiore della parete di fondo è in realtà uno schermo a plasma, una finestra virtuale sulla città , molto ben fatta: di fronte, oltre la strada csi vede il laghetto abitato da cigni e barboni, (quest'ultimi solo la notte, di giorno la vigilanza privata custodisce il decoro dell’area verde).
Ovviamente questo non è un ascensore qualunque, collega direttamente a meno di una sola fermata intermedia, il parcheggio dei dirigenti con i loro uffici; sull'altro lato dell'edificio, una replica più grande, più economica e meno diretta conduce gli ospiti ed il personale all'anticamera delle stanze del potere, l'acquario.
Intanto, il profumo della mia compagna di viaggio sovrasta l’insignificante aroma silvestre e mi si insinua subdolamente nel cervello, all’inizio quasi impercettibile, poi man mano che i piani salgono sempre più insistente, conosco quel profumo, uno dei miei preferiti, dal nome evocativo, Obsession.
Condividere spazi angusti benché ospitali, è spesso sgradevole, l’eccessiva prossimità genera ansia e disagio, lei poi è indubbiamente attraente, consapevole e senz’altro invasiva. La sto subendo e mi sforzo di evitare che un mio sguardo eccessivamente rapace, violi la privacy di una camicetta troppo stretta, ma il diamante montato in platino che quasi si nasconde nel seno di Leonora, brilla ipnotico, in piacevole contrasto con la luce soffusa della cabina.
Fuori finalmente!
Il trillo al piano e l’apertura della porta mi liberano da quella gabbia di specchi. sono le 21 passate, ho appena finito di revisionare una bozza di relazione sulla sicurezza dei dati, manca solo il parere della Direzione Legale e di Risorse Umane che sto proprio per incontrare.
Lei esce prima di me e la osservo mentre raggiunge il suo ufficio in fondo al corridoio, un ventina di metri di moquette spessa che attutisce il suono altrimenti secco dei tacchi. Mi soffermo ad osservare l’indiscreta ombra del tanga stampata sulla gonna poi mi volto verso destra per raggiungere la saletta riunioni. Bonnie & Clyde, rispettivamente Direttore Legale e Responsabile del personale mi stanno aspettando. Bonnie è un’affilata signora sulla cinquantinaina, elegante di buona famiglia, una vita in azienda, snob come pochi sanno esserlo in maniera piacevole, una che ti fa a fettine con un sorriso. Clyde giovane rampante e spregiudicato, parla un misto di milanese di terza generazione e inglese aziendal-commerciale, proviene dalla Statale, e scherza sui bocconiani, ma si capisce che gli sarebbe piaciuto, evidentemente non ho nulla a che spartire con loro.
La riunione dura pochissimo, sono fuori in mezz’ora, i due Banditi si eclissano dopo l’Okay, Lunedi gli mando su il libro alla firma, ora riordino il materiale e inizio a rilassarmi.
Leonora è ancora in ufficio, non è strano che si trattenga fino a tardi d’altra parte, non mi risulta abbia qualcuno a casa che l’aspetta. Ricordo quando è arrivata qui un anno e mezzo fa come Assistente al CEO quando Donna era andata in maternità e non era più rientrata.
Nonostante disponga di un gruppo tecnico che si occupa di queste cose, la sua postazione l’avevo preparata personalmente, un po’ perché volevo conoscerla un po’ perché se qualcosa ai piani alti non funziona il capo chiama me, non i miei ragazzi.
Bella, come tutte prima di lei, nervosa, gran fumatrice, non era certo una ragazzina, ad un primo sguardo poteva avere 38 anni ma in realtà erano qualcosina in più, sportiva, visibilmente in forma, non la solita biondaaltaocchiazzurritettegiganti, no: mora, capelli mossi non lunghissimi, occhi verde-nocciola molto chiaro, quasi oro, una sottilissima striscia di lentiggini molto chiare sul naso piccolo e non ritoccato, la bocca sottile ben disegnata mostrava un sorriso appena accennato.
Questa sera indossa un tailleur classico di lino color panna, di buona fattura ma non sartoriale, gonna appena sopra il ginocchio, camicia a contrasto in seta viola ben scollata sotto la giacca ad un solo bottone, un foulard dai colori molto tenui in crepe de chine, nel complesso molto professionale. Unico dettaglio discutibile un tanga scuro non proprio invisibile. Porta occhiali da sole maschili adattati con lenti antiriflesso, molto sottili, non ha anelli se si esclude un solitario di almeno tre quarti di carato, ma di foggia troppo datata per essere un pegno d’amore forse un’eredità; anche la penna, che non molla mai, denota un’indole poco docile, una sfera dalle dimensioni maschili, nera molto aziendale: Montblanc, scelta conformista comunque, dimensioni a parte.
Le avevo quasi subito proposto di cenare insieme ed aveva accettato, questo quasi un anno fa. Fu una serata liscia e senza grandi emozioni, tra conversazioni storico nozionistiche sulle nostre rispettive vite e pietanze non certo indimenticabili, comunque piacevole, il dopocena non lo ricordo granchè, probabilmente non fu esaltante. Ci siamo frequentati per un po’ ma non girava, interessi, orari, amicizie nulla in comune.
Le ripetei la frase che M. mi aveva detto molti anni prima e che ancora conservo come una delle più belle giustificazioni per la fine di una relazione: "è scemato l’interesse". Lasciarsi fu praticamente indolore.
Per me.
Un sabato infatti me la sono trovata accanto al semaforo, era in macchina ma non l’avevo vista, mentre sulla sella, dietro di me c’era un’amica evidentemente troppo più giovane di lei e molto meno vestita. Sentii la vibrazione del cellulare e un colpo di clacson, era un sms: “forse non sono così giovane ed agile da salire sul tuo motore, forse non sei così maturo da salire ancora a casa mia”.
Okay, cose che capitano e non ci ho pensato più, quando aveva bisogno per il PC, mandavo uno dei ragazzi.
Forse sarebbe il caso di andare a farci due chiacchiere, in fondo è passato un po’ di tempo, il suo “ciao” in ascensore non mi era sembrato ostile, ma no, sono già sulla porta dell’ascensore, Charlize mi aspetta per tornare a casa, devo solo cambiarmi ed uscire, 10 minuti al massimo e tra poco qui spengono tutto o quasi.
Una vibrazione: “Ho un problema al PC, mi chiami uno dei ragazzi?” un sms, è lei ma non c’è nessuno adesso, sono andati via da un pezzo, vado io.
“Non c’era bisogno che ti scomodassi”.
“Sono andati via circa quattro ore fa, se non hai fretta possiamo pensarci lunedi”
“Ma tu farai in un attimo, lo so”. Col suo solito sorriso appena accennato
“Si, come no?” Borbotto a denti stretti
”Cosa stai bollendo?” mi fa lei
“Nulla”
“Okay, intanto che lo sistemi vado un attimo in bagno…”
Il PC non ha praticamente nulla, in realtà è solo un thin client che lavora in terminal services, il problema è sul server ma anche qui nulla di grave, metto su un’altra macchina virtuale, e ripristino i suoi dati dal secondo backup della giornata, mezz’ora d’ora di lavoro, circa.
Mentre sto per fare l’ultimo controllo, improvvisamente la luce dell’ufficio si spegne, guardo l’orologio: le 23:01, merda, durante la notte le luci degli uffici vengono accese da un sistema automatico che riproduce sulla facciata il logo dell'azienda. Fantastico, non posso nemmeno sbloccare l’allarme, ho la smart card nel mio ufficio e gli ascensori verso la farm nel sotterraneo a quest’ora sono fermi. Accidenti a me e a quella stronza nel bagno, spero che almeno lei abbia il badge.
Eccola che arriva, una vita in quel bagno, io intanto che aspettavo mi sono messo a controllare i messaggi sul mio sito di incontri, giornata grama, nessun messaggio nuovo: capita.
“Ah sei ancora qua, bene, temevo che fossi scappato via per una delle tue corse in moto notturne, facciamo in tempo a berci un aperitivo allora”.
“Aperitivo a quest’ora? Senti Leonora, sono rimasto perché come puoi notare il bot ha spento le luci e bloccato gli ascensori, ho il badge giù in farm e non posso andare via senza che scatti l’allarme, quindi confidavo nella tuia efficenza”.
“Certo, non ti preoccupare, è qui in borsa, allora cosa bevi?”
“Dai, metti un Lagavulin 16 anni con un bicchiere d’acqua e del ghiaccio a parte, non dirmi che non ce l’hai, il capo lo tiene nello sportello destro della libreria sopra lo scomparto dei sigari”.
“Non dirmi dov’è, che lo so, vado io a comprarlo, vuoi anche un sigaro?” Ride
“Si ma non dei suoi che sono dei toscani fetenti, dammi uno di quelli degli ospiti”.
“Dunhill?”
“Montecristo se non ti spiace, visto che ci siamo prendiamo il meglio, che si festeggia?”
“Sarebbe il mio compleanno, ma vedo che non te ne sei ricordato, come sempre del resto”.
“Non me ne sono ricordato perché non so quando è il tuo compleanno, auguri comunque”, mentivo, avevo sbirciato tempo addietro nei file delle risorse umane e sapevo perfettamente che aveva due anni più di me.
“Okay, Okay, facciamo finta di crederci...”, intanto aveva portato il mio whisky e un vodka martini molto secco, con una punta di gin ed una oliva.
Trancio il sigaro, lo annuso, lo accendo, lo rigiro tra le dita, fumo lentamente, mi rilasso. Brindiamo, intanto il tempo passa.
È quasi mezzanotte, decido di andare:
“Bene io adesso vado, dai aprimi le porte cosi mi sguinzaglio” e mentre finisco la frase noto un anello di Rossy all’anulare sinistro con il Triskelion inciso in oro, prima non l’aveva.
Intuisce la mia perplessità e mi blocca sulla porta, ha una espressione dura, quasi feroce:
“So cosa porti appeso al collo, è un anello di “O”, credevi che non lo avrei scoperto? Non uscirai di qui senza che io abbia la mia soddisfazione”.
"Ma che stai dicendo?"
Sono basito, come lo sa? E che razza di cambiamneto di umore, comunque non lo avevo mai indossato in sua presenza, capisco che era tutto programmato: vuole giocare e che io sia il giocattolo.
"Allora, dimmi, qual è la tua parola?" Mi fa con aria aggressiva
Se gliela do è finita, sono stanco e non mi va, semplicemente non sono in vena e il suo stile confligge col mio, non sono un bottom puro.
“Non c’è nessuna parola, non stasera”.
“Tanto peggio per te”.
Mi arriva uno schiaffo in pieno volto, sono pietrificato e conscio di quello che sta per succedere, mi sto ancora massaggiando la guancia che mi colpisce al basso ventre e finisco a terra in ginocchio, mi riavvicino a lei senza fiatare, gattonando cerco di abbracciarle le gambe ma un tacco da undici sulle costole mi fa volare di nuovo a terra.
Si avvicina, mi accarezza i capelli mentre sono carponi e cerco di riprendermi, io tengo il capo chino e non riesco a sollevare la testa per guardarla.
“Bravo stai giù, ho dovuto aspettare quasi un anno per questo, ma ti assicuro che le sconterai tutte”.
Non può farmi questo, sono stanco, non ho voglia di giocare e men che meno con lei, se le lascio mano libera mi tiene qui tutta la notte, sta tornando, un paio di manette penzolano dai guanti in latex bianco che ha appena indossato: no non ne ho proprio voglia.
"Senti Leonora…" mi alzo ma non faccio in tempo a finire che mi arriva un altro schiaffo: è troppo.
"RED! RED!" grido
Ma non ha intenzione di fermarsi, “voglio quella parola, Verbatim, non mi fermerai così!"
Come sa il mio nome? Che cazzo sta dicendo? Non le voglio dire la mia parola, RED è accettata e riconosciuta da tutti, perché non si ferma? Ora basta! la fermo io.
Sta per volare un altro schiaffo ma io sono più veloce, afferro il suo polso a mezz’aria, premo il pollice sul dorso della sua mano e la torco verso l’esterno, la stronza emette un grido acuto e strozzato, si piega di lato e inizia a inginocchiarsi ma mano che io le giro il polso e la spingo verso il basso.
“Fa male vero? Ti ho detto che non voglio giocare, sono stanco, ho sonno e voglio uscire da questa prigione di vetro, e poi un’altra cosa, il fatto che tu sia una top non significa che mi si possa prendere così”.
È in ginocchio, non se lo aspettava e mi guarda stupita e spaventata, non la mollo so che fa male e molto, ma non si lamenta, bene ecco finalmente una cosa interessante.
Parlo a voce bassa, ma decisa, scandisco bene le parole con un tono che non ammette repliche:
"Ora, io e te prendiamo il badge e ce ne andiamo, e poi tu vieni via con me, dormirai da me stanotte, sul divano, domani parleremo. E ti dirò quello che d’ora in poi sarà tra me te. È chiaro?"
Alzo la voce: "È CHIARO?"
“Si, si va bene, ma lasciami il braccio, mi fai male”.
Le sto quasi spezzando il polso, i suoi occhi sono lucidi e supplicanti, allento la presa e la aiuto ad alzarsi, la guardo negli occhi tenendole il mento e le asciugo la lacrima che intanto aveva rigato di nero la sua guancia sinistra.
“Andiamo...”
Lei mi precede con la carta magnetica, non dice un parola, guadagnamo l’uscita e ci avviamo verso casa mia.
Domani e dopo sarà una giornata lunga, abbiamo molte cose da dirci, non avrei mai creduto di trovare il latex sotto quel tailleur, rieducarla però sarà dura.

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